Le petit hôtel

C’è un desiderio che si traduce in tratto. A un tratto, forse, nell’impeto del desiderio, viene il segno. E viene il colore che è di passione e carne nel solco di un amore giocato su forme piane e aguzze, su porte, finestre e chiavi che si trovano a volte e, a volte, si perdono.
E sarebbe un bel dire che gli elementi della libido sessuale di freudiana memoria restano, in fondo, sempre gli stessi, che non cambiano le mete del desiderio né del congiungimento carnale fra i due corpi, ma è il corpo stesso che si carica di significati simbolici e, per questo, ambivalenti, iperdeterminati.

Significati che soltanto un tratto allusivo e ironico, un segno onirico che si fa solco profondo come quello dell’amore possono rendere. Perché il corpo non è corpo, ma è uroboro divorante che si attorce su se stesso, è gamba tesa in attesa sullo scroscio imperturbabile del tempo, è finestra sul mondo ricamato di percezioni/dispercezioni.

Così un capezzolo rimane in equilibrio su una mano che soppesa la felicità del tatto unita al timore e tremore dell’abbandono, perché quella bocca semidischiusa che l’altra mano regge potrebbe sentenziare il tradimento. E chi può dire, se dietro, quel rosso di labbra chiomate che si scambiano confidenze non si celi il segreto della felicità? O, forse, dietro quelle gambe calzate che potrebbero diventare sipario di ineludibili incontri.

Perché questo è, poi, l’amore: un incontro e dono è il sesso che si spinge fino agli usci dell’insondabile per il piacere di perdere i confini. Nel suo spalancarsi foriero di parole e di baci, la bocca è anche sinonimo di sperdersi, di apertura senza confronto in cui, piccolo, l’uomo tenta di orientarsi seguendo l’ago magnetico del desiderio. La chiave fallica, richiamando l’archetipo del sacro così caro al nostro Jung, diventa clavis universalis per accedere al mistero di una congiunzione che è, insieme, fisica e astrale e che sola contribuisce alla creazione di quel sinolo Animus/Anima atto a rappacificare l’istanza della completezza.

Ora, ciò che è completo è pieno e tondo, il cerchio perfetto di Parmenide, il primum movens di Aristotele, le sfere dei quattro elementi che l’odio divide e l’amore aggrega: è qui che si staglia il mistero sacrale della sessualità tratteggiata nei colori vividi e sonanti della fiamma, della goccia, della carne. Nell’aggregazione animale e animata si cela non solo la dinamica fecondatrice, ma anche e soprattutto la bellezza del piacere quale fonte di conoscenza del corpo dell’altro che, nella mistica del desiderio, diviene perfetto e sacro quanto lo è il nostro del quale facciamo esperienza anche nell’atto – a torto giudicato inverecondo e immorale – della masturbazione.

E, se nell’ottica della filosofia di Platone, la bellezza del corpo esalta quello dello spirito, che cosa può inventarsi un illustratore, passando attraverso la stilizzazione dei caratteri sessuali, se non la rappresentazione ludica del gioco più eccitante ed esaltante che possa esistere? Se è vero che il sesso deve essere accompagnato da una buona parte d’immaginazione, se è vero che il pudore accende la fiamma e che il disvelamento si compie in maniera graduale, la storia si scrive – anzi, si disegna – attraverso un’alternanza sottile di detto/non detto, di chiuso/aperto, di chiaro/scuro. Esiste un dipolo continuo e la tensione corre sul filo di questa opposizione fra segreto e manifesto che solo un tratto vivace e ironico è in grado di rendere.

A questa tensione dobbiamo la creazione di veri e propri personaggi che, nel segno, c’introducono nella loro attesa, preludio di un piacere sfumato che tocca all’osservatore delineare nella sua mente. Alla luce di questa considerazione, s’intuisce perché i personaggi non siano veri e propri uomini e donne, ma piuttosto umanoidi dai contorni ora morbidi ora affilati: anch’essi rivestono, infatti, un carattere simbolico che si apre a un’ermeneutica del tratto dolce e acre come il sesso medesimo.

Eliana Forcignanò